martedì 14 gennaio 2014

costruire, andare avanti

Adesso che il grazioso piccolo bar “Bric&Brioche” ha chiuso definitivamente i battenti e si appresta a diventare un altrettanto grazioso appartamento, ho pensato che avrei potuto raccontare di Bude.
Fino all’anno scorso il bar di Roberto Budellini era famoso per qualcosa di cui i suoi frequentatori non avrebbero volentieri parlato a casa, e che stava tutto in tre metri per quattro mal riscaldati.
Sto parlando del privé, stanzaccia arredata in maniera essenziale, essenziale al suo scopo, voglio dire, il che significa un tavolo e delle sedie in numero variabile, e parecchi posacenere.
Si giocava sul serio il lunedì e il giovedì. E’ lì che mio padre, costruttore di media importanza, si è giocato l’appartamento a Dobbiaco, il rolex e una notevole collezione di monete d’oro commemorative. Con scherzo virile lo chiamavano al tavolo da gioco e lui, principe della mia infanzia, si sedeva solenne, avviando la camicia a righine marlboro classic verso la scompostezza e il disordine.
Bude assisteva alle partite certe volte, e teneva per l’uno o per l’altro, così, bonariamente, poi tornava alla lavastoviglie e sistemava i bicchieri.

Ho ventuno scialbi anni.
La periferia che stringe il bar di Bude nel suo feroce abbraccio è ordinata e pretenziosa. Ogni nuovo cartello “Vendesi prestigiosi appartamenti” assicura che un campo incolto e pieno di pattume presto sparirà. Quando trascino i miei stivaletti per quelle strade penso che non vivrò mai lì, che però la ricorderò con tenerezza e che mi mancherà.
Un giovedi sera mi fermo al bar, e sono sola. Chiedo di mio padre, e saputo che c’è, ordino un gin tonic con voce leggermente tremula. Bude mi guarda un breve momento, disegna un sorriso tirato con le labbra secche e si tiene scarso.
Bevo un sorso guardandolo, poi poso il bicchiere nello stesso, umido punto di prima. “Scommettiamo che questa sera ti stupisco?”
La domanda ha un non so che di brutale, quasi impudico, così Bude tace fino a che un coro di disappunto al tavolo della briscola non dissipa la lieve tensione.
“Scommessa persa – dice alla fine – sono stanchissimo. Spero di chiudere prima di mezzanotte.”
Mi scosto nervosamente dal collo lo scialletto etnico e lo affronto stizzita: “Peccato. C’è una faccenda seria di cui dobbiamo parlare.” Sulla parola parlare si forma come un singhiozzo, e Bude capisce. Col suo modo di vecchio ragazzo allegro saluta un cliente sperando irragionevolmente che il discorso cada nel vuoto, che l’allarmante séguito presagito non rigurgiti sul suo bancone lucido.
Voglio parlare di Bude quanto basta per far sapere che la sua più che vigliaccheria era pigrizia, un’accidia simpatica e molle, che tra lui e le donne si frapponeva come uno schermo di fascinosa incomprensione. Ahi, quanto richiamo sentivo in quell’indolenza a parlare!
“Non vorrai che racconti alla tua ex moglie che hai messo incinta una ventenne, anzi, ventunenne.”
L’ho detto, ora non si può più tornare indietro, ora non c’è spugna che possa ridare un fuggevole splendore alla sua ordinarietà. Ora i fatti macchiano.
Bude sospira e si rifugia in un’aria paternamente grave. I movimenti pacati non tradiscono il lavorio del cervello impazzito. “Una soluzione! Una soluzione! Bisogna trovare una soluzione!” Credo di immaginare il mormorio dietro i suoi pensieri immediati, il retro da pulire, l’inventario incompleto delle scorte esaurite appoggiato lì, da qualche parte.
Mi guardo le unghie. C’è troppo di tutto, troppo smalto che sborda sulle pellicine, troppi anelli, troppe dita che non so dove mettere, come se fossero loro a inceppare una conversazione lungamente immaginata a casa. Vado in bagno.
Quando torno il vecchio Trappola ha disteso su un tavolo la sua mercanzia e intanto ribatte farfugliando alle battute dei giocatori di briscola. Bude ride come se niente fosse, ma quando mi vede riprende l’aria grave. “Ah, sei qui.”
“Non è vero, sai, mi interessava vedere come avresti reagito. Mi dai un bicchiere d’acqua?”
Mentre bevo Bude mi osserva con i gomiti appoggiati al bancone.
Mi volto ed esco. Incespico immediatamente nelle risate di quelli che stanno facendo gareggiare nei rigagnoli barchette di carta.

La primavera quell’anno porta giornate già calde e umide, ventilate dal garbino. Di sera, al bar di Bude, le pale del ventilatore agitano appena l’aria fetente di sigarette e sudore.
Stringo fra le mani il foglietto come un’arma. Con la mia calligrafia larga ho ricopiato il testo della canzone dei Cure Boys don’t cry.

I would say I'm sorry
If I thought that it would change your mind
But I know that this time
I've said too much
Been too unkind

I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try and
Laugh about it
Hiding the tears in my eyes
'cause boys don't cry
Boys don't cry

Voglio darla a Bude. Sua moglie l’ha mollato da più di un anno, e io cullo da qualche parte nella testa l’idea che i nostri pochi incontri senza allegria l’abbiano ferita. Forse però non l’ha mai saputo.
Io ho fatto un colloquio di lavoro e ho mal di testa. Indosso: gonna, camicia, pullover, impermeabile. Non sono truccata e so che sotto i neon la mia faccia è slavata e biancastra. Vorrei dire qualcosa di toccante e unico, ma faccio un ghigno e mi accorgo che il foglietto che gli porgo è umido del mio sudore. Quando l’ha letto dice “grazie. Come mai hai le tette sgonfie, stasera?” ride e risponde a un tizio che vuol sapere se c’è della sangria.
Vado nel privé.
“Papà, - sussurro in maniera perfettamente udibile da tutti - papà, Bude mi crea dei problemi.” “Che genere di problemi?”
“Si è fatto un po’…un po’ pesante nei suoi complimenti, ecco.”
Posso percepire distintamente il respiro di ognuno dei quattro giocatori. Resto immobile fino a che la faccia gialla, senza contorni, si leva dal cerchio di luce a guardarmi. “E’ uno stronzo, papà. Cosa devo fare?” Ora mi guardano tutti e quattro.
“A casa. Vai a casa. Ci penso io.”
“Promettimi che gli dirai qualcosa”. Mi volto e dalla porta li colgo tutti e quattro, con un’occhiata sola.

A volte vorrei dissolvermi come la bustina di aulin nel mezzo bicchiere d’acqua che tengo contro la luce del lampadario. Oggi non ho niente da fare, eppure il tempo mi rintocca in testa creandomi un vuoto nel basso ventre, pulsante. Mi sdraio sul letto accarezzandolo immaginando che sia una ferita.
Lo vedo entrare senza stupirmi. Mi guarda. Ha gli occhi stretti, le labbra secche. Le vene del collo gonfie gli danno un’aria da vecchio albero umano. Ma non è vecchio, Bude, e mi sovrasta incupito e sprezzante. Senza parlare gira attorno al letto, chiude la finestra, poi viene verso di me. Sono attratta da una sua ruga in mezzo alla fronte, così, quando mi colpisce in faccia con lo schiaffo, sono come protesa verso di lui. La mia intenzione è di sfogare l’umiliazione prendendolo a piccoli pugni nella pancia, ma sono rannicchiata e non ho forza. Lui mi afferra i polsi mentre a cavalcioni mi trattiene le gambe e mi costringe supina a guardarlo negli occhi. Mi stringe così forte che ho le lacrime agli occhi ma non oppongo resistenza. Appena allenta la stretta alle mani mi libero e lo graffio in faccia, allora Bude si siede sul mio bacino e mi schiaffeggia più volte, con entrambe le mani, prima a destra poi a sinistra e poi ancora, con metodo. Sono sopraffatta e arresa, con le braccia aperte, il fiato ansante. Ora posso aprire gli occhi sulla stanza deserta, su me stessa vergognosa, eccitata, infelice.

Con sua moglie era finita in maniera lenta e prevedibile. Un’unione tra disincantati, incapaci di mentire, troppo svogliati per arroventare parole e sentimenti. Io non sono così, io mi arrabbio in maniera sorda, silenziosa, e intanto costruisco un teatrino di ombre cinesi per rivivere cento, mille volte i miei dolori. Bude non lo capirebbe mai, anzi, lo troverebbe stupido.
Da un po’ di tempo ho un’occupazione, sostituisco una segretaria che è andata in maternità. Ma non riesco ad andare a letto presto, le sere si allungano, si dilatano, quasi contro il mio volere.
Una volta, una notte calda, d’estate, ho aspettato fuori che chiudesse il bar.
“Ti accompagno a casa” ho detto. Poi gli ho fatto una sorpresa. Prendo dalla tasca le chiavi dell’ufficio in cui lavoro. “E’ qui vicino, vieni, ti faccio vedere una cosa”.
La schermata del pc si apre lentamente su una stanza piccola, quasi uno sgabuzzino.
E’ la stanza dove vanno a provare gli abiti le clienti dell’emporio annesso all’azienda. Ho visto gli impiegati chinarsi in gruppo davanti al computer, ho sentito i commenti, mi sono alzata in piedi e, sollevandomi sulle punte, ho guardato anch’io.
L’immagine dello spogliatoio vuoto deve averlo seguito per molto tempo se, una sera che era già autunno, verso l’orario di chiusura mi chiede di rimanere. Io non lavoro più, mi sono iscritta a un corso per vetrinista, ma frequento quando ho voglia, cioè, quasi mai. Covo un senso sordo di scontentezza che mi curva le spalle e infeltrisce i miei maglioncini benetton. E’ già un po’ di tempo che io e Bude non ci parliamo. Da quando una sera l’ho visto baciare la spalla nuda di una bionda che guardava bovina davanti a sé, fingo una stentata indifferenza che chiamo disprezzo.
Più attenta alla sua faccia sogghignante che allo schermo del portatile, guardo le immagini registrate con la webcam. Ci sono quattro giocatori nel privé. Uno di loro è mio padre. Bude manda avanti veloce, e poi torna un po’ indietro, fino al punto in cui mio padre estrae dalla tasca interna della giacca il libretto degli assegni, lo compila, lo strappa, lo controlla amorosamente e poi lo getta al suo vicino.
“Lo sapevo già” gli dico, ma non so bene se devo ridacchiare con superiorità, o mordermi le labbra con disagio. Questa cosa non mi dice nulla, ma decido che mostrerò una reazione interessante, uno spirito vezzoso.
Potrei ricattarlo.” La mia voce viene fuori un po’ roca. “Gli dico che se non fa un bell’assegno anche a me, faccio vedere questa roba alla mamma.”
Voleva essere una battuta, una proposta stupidamente cattiva, un segno della mia presenza qui, ora, in questo baretto che è mezzo moderno e mezzo no per non spaventare nessuno. Bude sorride, mi guarda come se vedesse una persona nuova, dice sì con la testa, e ora io so cosa devo fare.
Al primo tentativo di parlare con mio padre mi sento stupida nella mia perfetta incapacità di essere fredda, perentoria, calcolatrice. Immagino le sue mani da muratore schiaffeggiarmi e il suo sguardo avvolgermi nel disprezzo, allora non dico niente ma rabbrividisco come se mi avessero strusciato un piumino da cipria contro la pianta dei piedi.
Al secondo tentativo arrivo preparata e so già cosa dire. L’ho ripetuto molte volte davanti allo specchio del bagno: “Se ti va di farti inculare da tre vecchi bavosi non credere che me ne stia lì a guardare zitta come se non me ne fregasse niente. Sei uno stronzo che si crede un dio solo perché ha fatto quattro soldi con il cemento armato. Babbino caro, questo sarà un segreto tra noi due, ma i segreti bisogna saperli mantenere…”. Alla fine potrei anche decidere di ridere, ma solo se mi rimane il fiato.
Quando ce l’ho di fronte mi sento ridicola. E’ come rubare in una borsa abbandonata in casa propria, della quale nessuno reclama il possesso. “E allora - mi direbbe - ti serve di più di quello che già ti do? Prendi, prendi, prendi…”
Passano i giorni e non ne faccio nulla. Bude non fa domande e spero che se ne dimentichi. Poi, un giorno, mi accorgo che l’atmosfera in casa si è come rarefatta.. Le porte si chiudono al passaggio delle timberland di mio padre. Mia madre, con le labbra strette, si chiude in cucina a fare dolci e a fumare. Le porte si chiudono senza far rumore lasciandomi fuori dal litigio e io rimango con il mio ricattino in mano, povera ragazzina che ha paura di disturbare i grandi.
E’ in quel periodo che i mal di testa si fanno fortissimi, con lampi di luce che mi attraversano gli occhi e chiodi qui, in mezzo alla fronte.
Bude ha una nuova donna. E’ mora e robusta, alta anche più di lui. Porta sempre levi’s attillati e maglie strette, fuma, ride e diverte gli amici con battute sui rapporti sessuali. Una sera, un martedì, sfoglio un giornale, poi mi alzo per andare in bagno e invece vado nel privé.  La luce è spenta, e l’aria viziata pizzica la gola. Ci sono cicche nel portacenere e una bomboniera dimenticata vicino al radiatore spento.
Bude entra e appoggia rumorosamente una cassetta di birra per terra. “Allora?” e io so cosa quell’allora viene a sollecitare. Mi volto legnosamente e, tanto per fare qualcosa, mi sistemo il colletto della camicia con attenzione esagerata. Quando sono pronta, la prova ha inizio e io confermo, punto per punto, la mia intenzione di diventare una Vera Ragazza Cattiva:
“Gli ho parlato del video e mi ha detto che se lo distruggi possiamo pensare a una ricompensa”. Ah ah ah che risate questa battuta, ma nessuno di noi due ride e ci guardiamo attraverso il dubbio come se fosse una finestra su un cortile sporco e mal frequentato.
“Bene, cosa farai?” Niente, come al solito, vorrei rispondere, ma i fatti ormai mi rincorrono in salita, e dico, ansante: “A me comprerà un appartamento e a te cercherà di far avere la licenza per vendere le sigarette.” La misera portata che metto sul vassoio mi fa rimpiangere d’essere anche solo entrata lì, in quel privé che sembra uno sgabuzzino, ma ormai è fatta e posso solo uscirne come un soldatino, e non come un passante che ha sbagliato strada. Bude segue la mia ritirata buttandomi dietro: ”Sei forte”.
Sei forte. Mangiucchio una pellicina dell’indice e guardo la ragazza di Bude bersi una birra con l’amica Susi, in conversazione intensa e preoccupata. Parleranno di preservativi rotti e pillole del giorno dopo, penso, e imito il movimento delle spalle mentre parla. Perché devo sempre pagare con monete rubate l’attenzione degli altri non lo so, forse perché non sono bella e l’aria intorno non è fresca e respirabile e le strade che portano ai risultati deviano verso canneti e sterpaglie.
Un amico di Bude mi riconosce, ciondola mezzo minuto, si siede, parla. Quella sera farò la conoscenza del garage dove prova il dark rock con tre amici in perenne disaccordo e mi fermerò fino alle due, scarsamente partecipe sotto il suo corpo stecco e glabro.
La relazione con il cantante dark rock continua per qualche settimana, mentre io, che lo sopporto solo perché non so dirgli di no, penso quasi solo a come risolvere il casino che ho combinato. Mio padre e Bude mi punirebbero con la loro risata adulta se io, bimba senza attrattive, ammettessi la mia codardia. Vorrei ergermi su di loro presentando finalmente un quaderno pieno di voti massimi che li metta nella massima allerta per il mio prossimo massimo prestigio.
Vengo scartata alla selezione per il corso “Responsabile di reception”, e, in febbraio, nel bagno del “Bric&Brioche”, vomito la mia prima ubriacatura. Quando ho finito mi asciugo gli occhi con un pezzo di carta igienica e conto i giorni che mancano al mio compleanno.
La tensione tra mio padre e mia madre si sfrangia in scambi di parole crude e silenzi pietosamente scambiati per tregue. La condizione di figlia unica mi aggiudica inesorabile il perverso ruolo di complice-bersaglio-colpevole-innocente, e io li assumo tutti, perché sono candida come un fiocco di neve e vigliacca come il fuoco sotto la cenere. Poi alla fine lo vengo a sapere, e il mondo attorno vira al giallo seppia, come se lo vedessi già da molto lontano. Venderemo la casa, la nostra ambita casetta con giardino, garage condonato e speranza di piano aggiuntivo (per quando sarò sposata), perché c’è bisogno di liquidi. L’impresa di papà ha fallito.
Dopo qualche giorno vengo a sapere che Bude si risposerà con la tettona mora. In comune, un sabato, cerimonia per pochi amici. Non sono invitata, ma quella mattina, a ventidue anni e un mese, mentre mia madre mostra la casa come se fosse una serra fragrante all’ennesimo, sospettoso compratore, esco.
Le fitte alla nuca sono il mio guinzaglio. Tornerò a casa perché è lì il mio letto di truciolato dipinto di rosa, il bicchiere con l’aulin, la partenza-arrivo.
Papà sta parcheggiando. “Vado al matrimonio di Bude” esalo nella sua direzione. Non ho fiato perché sono un eroico combattente, perché la vita mi si para davanti come il vento gelido delle campagne di Russia. Il mio desiderio che si mangia la coda incornicia la foto di Bude come una ghirlanda natalizia.
“Papà, lo sai che Bude dice a tutti che non sai giocare?”
“Quello stronzo. Meno male che andiamo ad abitare da un’altra parte. Sono arrivati quei tizi per vedere la casa?”
“Sì, papà.”
Più tardi, verso l’ora di cena, la mamma annuncia un fruttuoso compromesso di vendita. Io guardo fuori, ma non vedo niente.